Still Alice: la recensione di Wanderfuss.

Cinquantenne realizzata e di successo, Alice Howland è una formidabile professoressa di linguistica alla Columbia University; è sposata da trent’anni con suo marito John e ha tre figli. La sua vita è una vera collana di successi professionali e personali, ma tutto sta per cambiare. Infatti, dopo alcune improvvise perdite di memoria – solo piccole dimenticanze prima, più allarmanti e confusi momenti poi – ad Alice viene diagnosticata una rara forma di Alzheimer precoce, e la sua perfetta esistenza inizia a barcollare.

Se all’inizio la malattia si manifesta in modi semplici e casuali, come dimenticare una data importante o confondere alcune parole, il vero volto del morbo si rivela più avanti, con vuoti di memoria, perdite di percezione e mancanze di comprensione caotiche, che non fermano però la battaglia di Alice per rimanere presente, decidere di riorganizzare la sua vita, di vedere nascere i gemelli della primogenita Anna, di preparare discorsi a conferenze com’era per lei abitudinario fare o di concedersi una vacanza alla spiaggia con la propria famiglia. E’ proprio questo l’obbiettivo a cui Still Alice punta: una riflessione sulla retrocessione fisica e mentale di un individuo estremamente evoluto, e per questo motivo ancor più colpito dalla malattia, che assiste allo sgretolarsi della propria esistenza davanti agli occhi, incapace di invertire un verdetto che lacera l’essenza che ci distingue in modo più basilare, la memoria, ma non per questo si arrende, decidendo di affrontare un futuro sempre più oscuro a testa alta e ricordando a tutti che l’Alzheimer determina come siamo, ma non chi siamo. Significativa è per questo la scena in cui Alice spiega che lei non sta soffrendo della sua infermità, ma la sta combattendo.

Ed è così che Alice si oppone alla sua malattia – che è tanto brutta quanto fetente, visto che è genetica – cercando dapprima di portare a termine i suoi impegni lavorativi, per poi cercare di conviverci nel modo meno doloroso possibile, anche quando questa le fa scordare il nome dei propri figli.
Tratto dal romanzo di Lisa Genova, la pellicola offre una visione delicata e senza pietismi sull’Alzheimer, ricordandoci che colpisce chiunque, senza distinzione, anche un genio dell’espressione comunicativa come Alice, interpretata da una Julianne Moore sublime, che ipoteca un Oscar come Migliore Attrice (e chi segue Wanderfuss sa che per noi lo vincerà) grazie ad un interpretazione sottile, perfetta nel rappresentare il dolore quanto risoluta nel condividerlo con lo spettatore, aiutata anche dalla sceneggiatura di Richard Glatzer e Wash Westmoreland (La Quinceanera), che evita le scene madri da disperazione post-diagnosi e punta invece a un intreccio più decoroso e meno artificioso. Ma il film è anche un dramma familiare assolutamente perspicace, nel quale la messa in scena è realistica e umana, con interpretazioni secondarie degne di nota, da quella di Alec Baldwin, affettuoso marito di Alice, a quella di una rinata Kristen Stewart, problematica figlia più giovane divisa tra le proprie ambizioni e le condizioni sempre più gravi della madre.
Nelle sale italiane da domani 22 gennaio.

E.V.

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