Looking For Season 3

Salve, lettori di Wanderfuss. Non so esattamente quanti siete, ma mi sento in dovere di scusarmi per essere mancato dal blog in questi giorni. Purtroppo, il mio villaggio è stato attaccato da un’orda di zombies inferociti, che ha causato gravi danni e molte vittime, tra cui la piccola Moll Flanders, e non le è andata molto bene.
Dunque, il post di oggi è dedicato ad una delle serie che più amo, ormai ben oltre il rischio cancellazione, visti gli indici d’ascolto bassi che hanno afflitto le due stagioni finora andate in onda: sto parlando di Looking, incentrata sulla vita di tre amici gay nell’odierna San Francisco, alle prese con la normalità di tutti i giorni. Detta così non sembra poi così groundbreaking, eppure la serie HBO ha moltissimi meriti, molti dei quali non appieno riconosciuti. Perché è proprio normalità la parola chiave di Looking, priva dei drammi da coming-out presenti in tutte le storyline dei personaggi omosessuali in altre serie.

In Looking non c’è lo spettro dell’AIDS che incombe, pesante come una scure, a decimare personaggi; non c’è il bullismo omofobo dei teenager che hanno paura di dichiararsi; non c’è l’oggettificazione del vouyerismo, in cui gli attori scopano a destra e a sinistra come se non avessero altro in mente; non vi è il clichè del gay post-moderno, tutto griffe e Barbra Streisand, che giusto giusto serve a far risaltare la co-star femminile (di un lui, etero, con cui ha una storia, ovviamente).

Al centro della serie troviamo Patrick (Jonathan Groff), 30enne designer di videogames, un po’ naive e alla ricerca di se stesso, così come il coinquilino Agustin (Frankie Alvarez), artista fallito dedito a droghe e feste promiscue; infine, c’è il 40enne Dom (Murray Bartlet), il ‘daddy’ della compagnia, cameriere che sogna di aprire un ristorante. Tre personaggi abbastanza ordinari, tutto sommato, ben delineati e incoerenti, con pregi e difetti, mai eroi protagonisti eppure assolutamente tangibili, i cui problemi vanno al di là dell’orientamento sessuale, e contornati da altri altrettanto imperfetti: l’irresistibile amica di Dom, Doris (Lauren Weedman), a cui vanno le battute migliori; il capo di Patrick, Kevin (Russell Tovey), con cui c’è più che un feeling professionale; e Richie (Raùl Castillo), prima storia importante di Patrick dall’inizio della serie.

Non si trattano solo faccende d’amore e amicizia in Looking, però: c’è lo scontro generazionale, come quello fra Dom e il suo compagno on-and-off, Lynn (l’intramontabile Scott Bakula), così come gli strascichi che ci si lascia in famiglia, quando i figli se ne vanno di casa e si dimenticano di chiamare; la crisi che costringe ad abbandonare i propri sogni, o a rivederli; i pregiudizi mentali, siano essi d’impronta razziale, economica o sociale, perpetuati da chi si sente aperto solo perché ne è stato vittima in passato.
Ecco, questo è quello che Looking è riuscito a fare, nella sua esorbitante ordinarietà, quasi sussurrando: parlare degli omosessuali in modo normale, senza accentuarne i pregi per compiacere un pubblico più ampio e sodomizzato da troppi stereotipi, senza scusarsi del fatto che le tematiche qui trattate riguardano i gay e non solo, ma sdrammatizzandone i luoghi comuni e aprendo una porta – quella sì, a voce alta – sulla bellezza della diversità, gestita però anticonvenzionalmente, vista la propaganda ‘accettateci-che-siamo-come-voi-anche-se-kitsch-e-macchiette’ che show come Modern Family, Glee e The New Normal hanno perpetuato per anni, a danno di una comunità di per sé solita a vedersi rappresentata in un certo modo. Mi duole ammettere, però, che sono in molti i gay che non apprezzano Looking, ma si tratta comunque di orfani di Sex & The City e Gossip Girl.

Di sicuro, la serie non è l’orgia visiva che era Queer As Folk (non che qui di sesso non se ne faccia, eh), i suoi personaggi non subiscono i risvolti da psico-dramma collettivo di Girls e non vi è nulla di chiaramente implicito nelle relazioni (provate a pensare alle due protagoniste di Clouds Of Sils Maria), ma conserva intatte l’energia, la freschezza e il buon gusto dei lavori sopracitati, merito questo del creatore, sceneggiatore e regista Andrew Haigh (questo sì, un nome da tenere a mente), che tutto dice ma poco svela, se non di volta in volta, sui grandiosi anti-eroi della serie. Potremmo perciò definire Looking la ‘miglior serie che non state vedendo’, anche se mi auguro vivamente che la HBO non commetta il madornale errore di cancellarla alla seconda stagione, fatto plausibile vista la campagna virale per testarne l’interesse generale. Una serie che non avrà mai mezza nomination agli Emmy, non sfonderà l’indice dello share, a cui non viene dato l’effettivo valore che ha; peccato, perché tra qualche anno, sarà l’ennesima serie di culto che non avete apprezzato adeguatamente, durante la messa in onda.

E.V.

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