Lo Straordinario Viaggio di T.S. Spivet: la recensione di Wanderfuss.

Articolo originariamente pubblicato su 4saltialcinema

L’ultimo film di Jean-Pierre Jeunet, tratto dal romanzo Le Mappe dei miei Sogni di Reif Larsen, porta sullo schermo la storia di Tecumseh Sparrow Spivet, piccolo genio di dieci anni che vive con la sua famiglia in una fattoria nel Montana, e che inaspettatamente vince un prestigioso riconoscimento allo Smithsonian (dove lo credono un adulto) e che, dopo la morte del fratello gemello, decide di intraprendere un viaggio attraverso gli Stati Uniti, scappando di casa, per andare a ritirare il premio.

Potrebbe sembrare una commedia degli equivoci alla Wes Anderson con quel tanto di quirkiness in più che non guasta. Ma non è come un film di Anderson. E non in accezione negativa.

Jeunet dopo un inizio introduttivo, mette la narrazione in pausa e ci porta on the road per l’America. Un’America satura di colori e di immagini, un’America di cartoline e film sui cowboy, che è filtrata attraverso gli occhi di chi ha assaporato gli Stati Uniti attraverso Hollywood e che ne conserva un’idea romantica e stereotipata. Ma la corsa sui binari del treno è un momento che attraverso lo schermo fa provare invidia, si assapora il momento, il passaggio di qualcosa che se ne sta andando, già perso (qua c’è la giovinezza, come in Stand by Me, dove i binari scorrono lungo tutta la pellicola). Questa nostalgia, viva nelle immagini, sta nel viaggio così come nella figura dolce di questo bambino, che a differenza di molti enfant prodige visti sullo schermo, non è caratterizzato da quella presuntuosità ed egocentrismo che potrebbero farlo diventare indigesto (vedi phanteon wesandersoniano).
T.S è un genio che, scappando di casa, porta con sé lo scheletro del passero e il telescopio, dimenticando cibo e acqua e che guardando fuori nella notte, con le lacrime agli occhi, confessa a sé stesso di  voler essere un bambino qualunque che ascolta il passare del treno dalla sua cameretta.
C’è una velata tristezza che accompagna il film: la morte del fratellino, il padre taciturno, la madre scostante, la vita nel ranch che pare sospesa agli anni ’50, le aspettative mal riposte, le delusioni e i silenzi fanno di T.S un genio che si porta avanti con dolore.
Vengono messi in gioco elementi narrativi che vogliono dare profondità (la morte di Layton) e tensione (il senso di colpa di T.S e della madre, la fuga da casa e le bugie) ma che non vengono gestiti con la dovuta attenzione  e il risultato finale manca di coinvolgere del tutto lo spettatore.

In ultima analisi il film è piacevole (con un uso del 3D misurato e che non fa male agli occhi), convincente pur non essendo perfetto, un film sui bambini senza essere necessariamente per bambini, stucchevole al punto giusto senza dare il voltastomaco.
Niente quirkiness alla Wes Anderson quindi, ma una toccante délicatesse alla Jeunet.

 

S.G.

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