Emily Blunt, Fiore d’Acciaio

Nonostante qualche filmaccio di troppo, noi di Wanderfuss adoriamo Emily Blunt. E in questo articolo, cerchiamo di spiegarvi perchè, per noi, è la miglior attrice della sua generazione.

Quando si parla di “Next Best Thing” in quel di Hollywood, è difficile stabilire se l’epiteto sia una benedizione o un malaugurio. Basti pensare a quanti fra i nuovi volti sono riusciti a emergere davvero e a quelli che invece si sono rivelati dei buchi nell’acqua: se una Jennifer Lawrence riesce a diventare la diva più potente al mondo, c’è sempre una Katherine Heigl costretta a tornare a fare la TV (e con scarsi risultati) perché, al cinema, i suoi film floppano; se per Kristen Stewart che sembra rinascere dalle sue stesse ceneri nell’universo post-Twilight, a Kirsten Dunst una Palma d’Oro a Cannes non basta per rilanciare quella che, una volta, era una promettente carriera di successo.
Nel bel mezzo di questa Hollywood tritacarne, che fagocita attori e artisti, pronta a confezionarne una carriera dal brillante futuro per poi smantellarle al primo passo falso, un nome – forse – ce l’ha fatta: quello di Emily Blunt.
Classe 1983, londinese, Emily Blunt è senza ombra di dubbio uno dei volti giovani più conosciuti della New Hollywood: inizia a farsi strada in teatro, dove affianca Judi Dench in The Royal Family nei primi 2000, per poi passare alla TV, dov’è la guerriera Boudica nel film per la ITV e la regina Catherine Howard nella mini-serie Henry VIII, senza dimenticare un’obbligatoria partecipazione alle serie all-british come Poirot e Foyle’s War.


Il 2005 l’anno della svolta per la Blunt: interpreta la passionale ma ambivalente Tamsin in My Summer Of Love, drammatica storia d’amore giovanile diretta da Pawel Pawlikowski, grazie alla quale vince un Evening Standard Award come Miglior Attrice Promettente. Il 2006 è anche meglio: appare nel film per la BBC Gideon’s Daughter con Bill Nighy e Miranda Richardson, per il quale vince un Golden Globe; in Irresistible, thriller al fianco di Susan Sarandon; ma, soprattutto, è la prima, acidissima assistente della mefistofelica Miranda Priestley ne Il Diavolo Veste Prada, uno dei maggiori incassi dell’anno, ruolo che la fece notare per la prima volta al grande pubblico e per quale sfiorò la prima nomination all’Oscar. Perché è facile essere la più grande attrice vivente e fare la cattivona fashion, così com’è facile fare la Cenerentola della situazione (qui impersonata da Anne Hathaway) e riscuotere consensi – molto più difficile fare la sorellastra odiosa, invidiosa e sfigatella e rubare la scena ad entrambe. Non è un caso che la Streep, riferendosi a lei, avesse dichiarato che era “la miglior attrice giovane con cui ho mai lavorato”, a cui ha fatto coro la Sarandon, colpita dalla sua performance in My Summer Of Love.
Venne poi il cinema autoriale con La Guerra di Charlie Wilson di Mike Nichols e quello d’evasione – anche troppo – con successi di pubblico e critica come The Adjustment Bureau di George Nolfi e il bellissimo Looper di Rian Johnson, ma anche qualche flop come l’orrendo I Viaggi di Gulliver (che, perlomeno, la salvò dall’interpretare la Vedova Nera nell’universo Marvel, poi andato a Scarlett Johansson) e l’inutile remake di The Wolfman – sebbene sia sempre bello vederla recitare in costume. Ma in mezzo a qualche titolo non strettamente necessario, Emily Blunt ci ha deliziato con performance complesse, piene di sfumature, nelle quali ha dato prova di essere un’interprete elastica, ecclettica e plasmabile: dalla ribelle Norah nell’indipendente Sunshine Cleaning, all’acuta e insoddisfatta Prudie ne The Jane Austen Book Club. Ma è il ritratto intimista e sincero della giovane regina Vittoria nello storico The Young Victoria di Jean Marc Valleè che ci regala quella che è, secondo noi, la miglior performance della Blunt finora.


Chissà cos’hanno queste monarche inglesi, che riescono a tirare fuori il meglio dalle loro interpreti? Una tradizione che va da Bette Davis a Cate Blanchett, da Vanessa Redgrave a Glenda Jackson, fino a Judi Dench ed Helen Mirren, e che prosegue nei sospiri docili e nelle occhiate catartiche della Blunt, dove l’arrendevolezza della protagonista nei confronti dell’inevitabile destino a cui è segnata si lega alla disperata ricerca dell’amore che la giovane regina troverà nel volto del tedesco Albert, interpretato dal sempre sottostimato Rupert Friend. Nomination ai Golden Globe per il ruolo, ma anche stavolta, l’Academy sorvola sulla prova di Emily Blunt, preferendo le tragedie personali della giovane Precious nel sopravvalutatissimo film di Lee Daniels e quelle del dramma sportivo The Blind Side con Sandra Bullock (come abbia potuto vincere l’Oscar, poi, è un mistero ancora ad oggi irrisolto).
Nel 2012 la Blunt è protagonista de Il Pescatore dei Sogni di Lasse Hallström al fianco di Ewan McGregor e appare in The Five-Year Engagement prodotto da Judd Apatow, commedie rosa di cui potevamo anche fare a meno. In questo periodo, colui che scrive pensava che per la Blunt (nonostante i critici apprezzassero le sue performance brillanti e il botteghino non fosse proprio vuoto) le porte del grande cinema si fossero inesorabilmente chiuse.

Ma nel 2014, le cose cambiano: prima è la tostissima Rita Vrataski nell’action Edge Of Tomorrow di Doug Liman, al fianco di Tom Cruise. Il film è uno di quei rari casi in cui l’action diventa intrattenimento di buon(issim)a fattura, e la Blunt ruba la scena al divo Cruise spesso e volentieri. Poi è la volta del musical Into The Woods di Rob Marshall, in cui Emily da prova di avere un’ugola d’oro e (come se non fosse già chiaro) dei tempi comici perfetti, dando vita a siparietti irresistibili con James Corden, accoppiata inedita e curiosa che spicca all’interno di un cast di prim’ordine che include, tra gli altri, Meryl Streep, Chris Pine, Anna Kendrick e Johnny Depp.
Il futuro della Blunt sembrerebbe roseo (il condizionale, però, è d’obbligo), con una pellicola che, su carta, può ambire a ben di più di una candidatura ai Golden Globe: il ruolo dell’agente Kate Mercer in Sicario del canadese Denis Villeneuve, presentato con successo a Cannes 2015 in cui, a giudicare dalle prime recensioni, la Blunt offre la più complessa e risoluta prova d’attrice finora; per poi passare a The Huntsman, sequel di Snow White And The Huntsman a fianco di Charlize Theron, Chris Hemsworth e Jessica Chastain, in cui interpreterà l’algida Regina delle Nevi. Nella migliore delle ipotesi, ci troviamo davanti al nuovo Zero Dark Thirty e a un enorme successo al box office – ed è così che preferiamo vedere le cose.
Perché Emily è stata troppe volte protagoniste di film che non l’hanno sfruttata nel modo giusto, proprio lei, con quello sguardo intenso, la recitazione fisica, morbida, eppure sempre consistente, sprecata in pellicole che, al massimo, diventano il tipico filmetto dimenticabile che non lascia il segno, mentre una miriade di interpreti brave, per carità, ma con meno personalità e con una presenza scenica non altrettanto incisiva si accaparrano ruoli più succosi in progetti migliori (alcune di queste, co-star della Blunt in varie pellicole).

Ci piacerebbe, in un assurdo, fantasioso universo parallelo, poter avvicinarci a lei e dirle che non è giusto che la scialbissima Rebecca Hall abbia lavorato con Woody Allen e Ben Affleck, e lei no; che sarebbe stata perfetta nei panni di Lois Lane e Sydney Prosser ne L’Uomo D’Acciaio e American Hustle, al posto della slavata Amy Adams, perché avrebbe aggiunto quello che la Adams non ha: fascino, grazia, carisma. Tutte doti che Emily Blunt possiede, e vorremmo vederla in progetti che ne esaltano le qualità, con autori come Scorsese e Jane Campion, magari virando verso quel genere che sembra voler evitare come la peste, ma in cui è straordinaria, come il dramma. Dev’essere per colpa di quel marito ignobile, Jon Krasinski, che le ha malconsigliato certi copioni, ma tant’è (meglio un marito inutile e una filmografia eccezionale che il contrario).
Ma carriera a parte, Emily Blunt è un’attrice di razza, dall’appeal internazionale e dalle potenzialità artistiche e produttive non indifferenti, il che fa la differenza fra con tante altre attrici inglobate dallo star system hollywoodiano, per poi essere dimenticate. E noi tifiamo per lei.

La Top 5:
1. The Young Victoria (2009), di Jean-Marc Vallèe.
2. The Devil Wears Prada (2006), di David Frankel.
3. Sicario (2015), di Denis Villeneuve.
4. Edge Of Tomorrow (2014), di Doug Liman.
5. My Summer Of Love (2009), di Pawel Pawlikowski.

E.V.

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