Weekly Features: Nicole Kidman

Questo post nasce dall’esigenza di parlare di lei, perché Nicole Kidman è uno dei capisaldi della nostra passione cinematografica: attrice di razza, diva da kolossal, eroina romantica, interprete per palati fini, stella del cinema indie. A lei dedichiamo il Weekly Features di questa settimana – con una classifica delle sue 12 migliori interpretazioni.

Non so se Nicole Kidman è la mia attrice preferita. Ho sempre pensato che il titolo spettasse a Meryl Streep. Sicuramente, la adoro. Ma ciò che mi fa scrivere queste righe su Nic ha origine nel 2001, quando vidi per la prima volta Moulin Rouge! [badate bene che il punto esclamativo è parte integrante del titolo dell’opera, quindi mettetecelo, please]: quel tripudio di colori e musica che mi fece innamorare del film prendeva vita, a mio avviso, soprattutto grazie a lei. Con quella cascata infuocata che incorniciava un volto dall’incarnato di alabastro, e quegli occhi di ghiaccio che penetrano nell’anima al primo sguardo. Quel corpo lungo e filiforme, che dava perfettamente viva all’ideale di modella da sfilata [e di bellezza alla Hitchock], accompagnato però da una recitazione viva, sentita, che mai si risparmia e rasenta sempre l’inedito.

Ma non di solo Moulin Rouge! vive una passione, e tantomeno una carriera: Nicole ha dato voce, anima e carne a svariati personaggi sul grande schermo, senza mai ripeterne i registri d’interpretazione, ma lasciando spazio ad alcuni manierismi, quasi sempre necessari, che ne contraddistinguono la sensibilità attoriale: il sorriso abbozzato, a volte impacciato, i sospiri nevrotici, il sopracciglio rialzato. Tutti espedienti recitativi tanto impercettibili quanto significativi, ad uso e consumo di un’artista che mai si è compromessa nello scegliere i ruoli, sacrificando a volte l’indiscutibile bellezza a favore dell’intricato vissuto del personaggio, a volte esasperandola, altre volte ancora dissipandola nella nube di dolore e confusione che solo una grande passione per il proprio mestiere porta a fare. Una di quelle interpreti che quando appare sullo schermo, pensi: “Ah, meno male, è arrivata Nicole”, o “…però la Kidman è sempre brava” a fine proiezione.

Uno scatto dal nuovo progetto di Nicole, “Queen Of The Desert” del maestro Werner Herzog, in cui interpreta l’archeologa, politica, saggista ed esploratrice inglese Gertrude Bell.

Forse nessuna attrice come Nicole, negli ultimi vent’anni, ha rischiato tanto nella scelta dei personaggi da interpretare, senza compromettere la propria integrità o il personale interesse nella ricerca di quell’umanità che, a noi comuni mortali, il più delle volte sfugge. Ma non a lei, tanto a suo agio nel ruoli da nobildonna fragile quanto in quelli di Barbie della palude, di fantasma o di pupa da fumetto.
Una ricerca della verità senza remore o sconti, che rendono la Kidman perfetta sia nei film d’avanguardia che nei kolossal, spaziando tra i generi e le sceneggiature. Ecco perché, quando i media, la stampa, o più semplicemente il popolo della rete si scaglia contro l’uso incontrollato del botox [che noia…] parte l’embolo; o quando un lavoro attoriale perfetto viene denigrato perché “il film non è stato un successo” [membri dell’Academy, mi rivolgo a voi]. Non so se questo basta a erigerla a mia attrice preferita, ma Nicole Kidman, quel mix esplosivo di grazia, talento, umanità e intelligenza, è sicuramente l’Attrice del Cuore.

12. Patricia ‘Patti’ Lomax, The Railway Man (2013)

Una delle interpretazioni meno conosciute, eppure, più sottilmente efficaci della Kidman. Moglie devota e innamorata, Patti scopre che le ferite di guerra difficilmente si rimarginano con una fede al dito; suo marito Eric è ancora profondamente segnato dalle torture subite dal suo aguzzino durante la Seconda Guerra Mondiale, dando segni di squilibrio e scoppiando in episodi di violenza a cui la stessa Patti è soggetta. Determinata a riavere l’uomo di cui si è innamorata, Patti lo convince ad affrontare i propri demoni. Grande lezione sul perdono (nonché sulla forza dell’amore), The Railway Man ci fornisce una performance gentile, piena di considerazione e dignità.

11. Grace Margareth Mulligan, Dogville (2003)

In pochi ebbero il coraggio di guardare l’ennesimo capolavoro di Lars Von Trier, la cui protagonista arriva nella fittizia cittadina di Dogville di soppiatto, viene accolta dalla sua comunità, trova affetto e compagnia, per poi scoprire che gli abitanti non sono esattamente buoni e caritatevoli come appaiono all’inizio. L’interpretazione, in questo caso, gioca molto sul cambiamento, sul togliere le sovrastrutture di Grace man mano che la pellicola prosegue, svelando solo alla fine la vera natura del proprio essere. Le (anti)eroine del regista danese solitamente vincono un premio a Cannes; inutile dire che per questo film non accadde.

10. Catherine Parker, Strangerland (2015)

Shame! Shame! Shame!

Pensate alla figlia della Nymphomaniac di Lars Von Trier, data in adozione e di cui non si sa poi più nulla. Che faccia un po’ la matta, durante gli anni della giovinezza, ci sta tutto, sperimentando come la madre piacere, scandalo, vergogna e rassegnazione. Poi incontra un uomo che le regala tranquillità, una famiglia, le fa mettere la testa a posto. Ma buon sangue non mente, e la figlia maggiore troieggia in giro come nonna e mamma. No, non è la classica puttanella da paese, ma la Catherine di Strangerland, ultima (in ordine cronologico) fra le meravigliose performance di Nicole. Anche qui, man mano che la storia va avanti, la Kidman ci svela i lati più oscuri della donna che interpreta, costrettasi a una normale vita di provincia per poi denudarsi (letteralmente, è bene ribadirlo) di tutte le emozioni, le voglie, i desideri più reconditi e nascosti, quando questa normalità comincia a traballare. Breve ma intenso il Walk Of Shame a cui Catherine si sottopone in una delle scene cruciali del film.

9. Alice Harford, Eyes Wide Shut (1999)

L’ultimo, discusso lavoro di Stanley Kubrick è un’allucinante parabola sul matrimonio, sulle inibizioni, sul sesso. Il matrimonio fra i coniugi Harford sembra perfetto, ma a ritorno da una festa, fra i due inizia uno scontro senza esclusioni di colpi sui desideri reciproci, sul rapporto uomo-donna, sulle bugie quotidiane e sulle responsabilità altrui, che accompagneranno il marito in una discesa agli inferi nel cuore della notte. Ultimo film uscito prima del divorzio da Cruise, la Alice di Eyes Wide Shut mette sul tavolo i suoi più intimi segreti, in un duello in cui chi più ne ha possiede le armi più taglienti, intenta a sgretolare la corazza di sicurezza e apparente solidità del coniuge.

8. Margot, Margot At The Wedding (2007)

Quando la sfiga chiama, Nicole Kidman risponde. Altro non si può pensare quando Noah Baumbach, idolo del cinema indipendente e capace grande scoperta degli anni 2000, torna sugli schermi con una dramedy tagliente, efficace, malinconica e nessuno se ne accorge. Nel film, Nicole è Margot, scrittrice nevrotica e dalla lingua affilata, che torna nella cittadina natale per il matrimonio della sorella Pauline (che di Margot è l’esatto opposto) senza risparmiarle critiche, consigli non richiesti e cattiverie gratuite. Uno dei personaggi meno conosciuti nella carriera della Kidman, eppure emozionante e realista, nella sua passiva aggressività.

7. Grace Stewart, The Others (2001)

“Blanchett chi?”

Nicole ha interpretato varie Grace (anche troppe, forse) al cinema, tanto per ricordare la sua vicinanza con la musa di Hitchcock. Ma fra tutte, la migliore è sicuramente la spettrale e ultra-conservatrice madre di The Others, in cui la Kidman da il meglio di sé in un genere che molto spesso ha affrontato, ma mai con risultati tanto ecclatanti. Padrona di una casa apparentemente stregata, inflessibile nei suoi giudizi sulla religione ma segretamente piegata dal peso di un’esistenza condannata all’oscurità, la performance del film è un tripudio di sospiri, occhiate e puritanesimo. E comunque, parlando di recitazione, Nicole è molto meglio della Kelly.

6. Becca Corbett, Rabbit Hole (2010)

Becca e Howie affrontano la vita dopo la morte dell’unico figlio, Danny. Apologia del lutto e della dolorosa rassegnazione di fronte alla morte, la Becca di Nicole è – tanto per cambiare – il punto focale del dramma di John Cameron Mitchell, le cui imprevedibili reazioni sono indecifrabili sia dal marito che dalla madre: incontra il ragazzo alla guida dell’auto che uccise il piccolo, organizza il baby-shower per il nipote che verrà, cancella (apposta?) i video del figlioletto dal cellulare del marito. Indecifrabile qui è la parola chiave, un’interpretazione sentita che però lascia lo spettatore libero di decidere su chi è davvero Becca. Terza nomination all’Oscar.

5. Suzanne Stone, To Die For (1995)

L’interpretazione che fece capire al mondo di che pasta Nicole Kidman fosse fatta. Decisa a diventare giornalista, Suzanne è disposta a tutto pur di sfondare nel mondo della TV, anche a sedurre un teenager disadattato affinchè uccida il marito, contrario alle aspirazioni della moglie. Black comedy acida e convulsa di Gus Van Sant, To Die For è una feroce critica sui pochi, esigui valori della società contemporanea, rea di creare mostri pronti a gettare la mascherà in un’esasperata ricerca di quei famosi 15 minuti di notorietà, qui incarnata alla perfezione dalla Kidman in un epocale lavoro attoriale. Golden Globe, ma niente nomination.

4. Charlotte Bless, The Paperboy (2012)

Chi sostiene che Lee Daniels sia un grande autore ha evidenti problemi mentali – anche se gli va riconosciuta una certa visione stilistica. The Paperboy è un thriller frammentato, pieno di punti vivi non sfruttati, di sviluppi mai del tutto convincenti, e difetti che tali rimangono e mai soddisfano – se non per un grandissimo pregio: la straordinaria swamp Barbie impersonificata dalla Kidman, kitschissima nel suo trucco esagerato e nei vestitini attillati, dall’inflessione biascicata e dalla sessualità verace, Charlotte scrive al detenuto Hilary Van Wetter (senza sapere che sta per sancire la sua condanna a morte), allestendo siparietti drammaticamente comici. La scena in cui fa pipì su Zac Efron fece notizia, ma il vero scandalo è che Nicole non venne candidata all’Oscar in favore di Jacki Weaver.

3. Anna, Birth (2004)

Quel primo piano di circa quattro minuti in cui Nicole ci fa capire la confusione, la speranza, le idiosincrasie di un personaggio come Anna vale da sola una stella sulla Walk Of Fame. Dieci anni dopo la morte del marito, un ragazzino si presenta ad Anna e alla sua famiglia come l’incarnazione del defunto. Le perplessità e lo sconcerto iniziano ben presto a vacillare nella mente di Anna, convintasi che quel ragazzino inquietante, serissimo e pieno di informazioni che solo il caro estinto poteva conoscere possa davvero essere Sean. Una donna fragile ma non rassegnata, innamorata dell’idea stessa dell’amore e sull’orlo di una crisi, capace di mettere in discussione tutto, persino le leggi della fisica e le costrizioni della società, pur di non soffocare la speranza a cui è inesorabilmente legata.

2. Virginia Woolf, The Hours (2002)

Il film di Stephen Daldry rappresenta probabilmente l’apice della carriera di Nicole Kidman: una sfida immensa, un naso posticcio, un cast straordinario, una sceneggiatura perfetta, un’altra, immensa performance. Perché per confrontarsi con una leggenda della letteratura come Virginia Woolf ci vogliono rispetto (la Kidman optò di non imitare la voce dell’autrice di Mrs. Dalloway, perché sarebbe sembrato comico), una grande profondità intellettuale (pensiamo al rapporto con la sorella Vanessa – qui Miranda Richardson) e due attributi così. Tutte cose che Denzel Washington, presentando l’Oscar a Nicole, con quel suo: “For her nose!” non ebbe.

1. Satin, Moulin Rouge! (2001)

Questa può risultare una scelta ovvia, ma è doveroso includere nella lista il capolavoro di Baz Luhrmann del 2001, anno in cui apparve bella come nessun altra, sprigionando fascino da ogni poro. “Canta, balla, muore”, le scrisse il regista per convincerla ad accettare la parte. E che performance: forse, la più romantica fra le eroine innamorate nella sua filmografia, Satin è non solo è una gioia per gli occhi, ma anche una paladina dell’amore eterno, come canta (benissimo) con Ewan MacGregor, vittima inconsapevole di un male che la ucciderà alla fine della pellicola, non prima però di aver dato vita a una delle più belle love stories del cinema contemporaneo. E quel mancato Oscar (e non solo quello per Nicole) brucia ancora come nel febbraio 2002.

Non ce l’hanno fatta, ma per poco: la cattivissima Marissa Coulter di The Golden Compass (2007), una di quelle potenziali saghe fantasy che avrebbero potuto essere grandiose, ma la cui fine è stata decretata dall’ignoranza degli spettatori statunitensi al primo capitolo; la risoluta Martha Gellhorn del film per la HBO Hemingway & Gellhorn (2012); la straordinaria eroina di Henry James in Portrait Of A Lady (1996) – questa mancanza brucia, ma abbiamo optato per ruoli (forse), più significativi; e la romantica Ada Monroe di Cold Mountain (2003), epopea erede del filone ‘grandi kolossal’ dalle qualità spesso sottovalutate. Come, del resto, gran parte dei film presenti nella carriera di Nicole Kidman. E’ il prezzo dell’essere avanti con i tempi, purtroppo.

“My films are better than your average blockbuster!”

E.V.
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