Weekly Features: Lettera D’ Odio Verso Il Nulla Attoriale E I Fandom Senza Ritegno

Perché ce ne sono. Sono quegli attori dalla grandissima e alquanto provvisoria fama, miti temporanei di un certo tipo di cybernauti senza spina dorsale, incapaci di argomentazione o discussione che rasenti la decenza, o che vada oltre il: “A ME PIACE”. Tante le starlette dalla notorietà pazzoide che imperversano su riviste, siti internet reti TV. L’industria cinematografica di questi si nutre, è così da quando i fratelli Lumiere inventarono l’immagine in movimento (o, meglio, da quando Irving Thalberg si scopava quella strabicona di Norma Shearer) – ma è ora che qualcuno intervenga, che dica le cose come stanno. O perlomeno, ci provi. Vabbè, diciamo che la verità in tasca non ce l’ho nemmeno io, ma se questo post riuscirà a cambiare, anche solo minimamente, la prospettiva di qualcuno, allora sarò soddisfatto.

Perché io ne ho abbastanza di tutto questo belare. Non è possibile che si sia persa la capacità di critica, di obiettività così palesemente e velocemente. Basta un click e tutti hanno un’opinione, la maggior parte delle volte senza alcuna base solida per affermarla. Ma non ne verrebbe fuori un articolo se non provassi ad analizzare il fenomeno di massa che si cela dietro a cotanta, fanatica calura. E con fenomeno di massa intendo, ad esempio, Chris Pratt.
Chris Pratt, 36 anni, faccia da bamboccio di provincia, il ‘buddy’ di tante commedie (alcune di queste tremende, tra l’altro) che dopo una gavetta sostanziosa in TV (Everwood, The O.C., poi finalmente Parks And Recreation) si è ritrovato in ruoli di contorno in grandi pellicole come Moneyball di Bennett Miller, Zero Dark Thirty della Bigelow e Her di Spike Jonze, per poi decollare definitivamente come superstar internazionale in due blockbuster di stagione come Guardiani Della Galassia della Marvel e Jurassic World, attualmente nelle sale. Che cos’ha questo attore che piace tanto alla ‘Facebook Generation’? Alcuni sostengono che faccia sbellicare dalle risate, altri che sia un bravo attore. Da cosa si enunci il talento di quest’uomo proprio non lo so, ma tant’è. Io al massimo ce lo vedo come cugino di Nick Dunne, protagonista di Gone Girl (ma lì, almeno, c’era un attore dalla filmografia non perfetta, ma più robusta, come Affleck): grande e grosso, per carità, ma con quell’eterna espressione ebete da chi non è riuscito a seguire il ragionamento appena esplicato. Boia, sai le risate. Eppure, la sua è quella che potremmo tranquillamente definire come un’inarrestabile ascesa, visti i progetti da capogiro che seguiranno (uno fra tutti, il remake di The Magnificent Seven firmato Antoine Fuqua).

Poi c’è Zooey Deschanel, reginetta della commedia indie dagli occhioni grandi grandi, 35 anni e ancora il modo di fare da teenager imbranata, che ora è molto in voga. Canta, recita, suona la chitarra, compone le canzoni con il suo duo, She & Him, tutto in modo tanto cool quanto vergognoso, eppure Tumblr è piena di pagine a lei dedicate, quasi sempre nel ruolo di Jess Day nella serie New Girl, dove la nostra interpreta una maestra svampita e maldestra che va a vivere con tre ragazzi che, a turno, se la scoperanno – beh, questa era la speranza che avevo dopo aver visto i primi tre episodi. Se la stupravano, almeno, ci potevano essere le basi per una serie incentrata sulla violenza di genere, ma no, no: Jess/Zooey è amica di tutti, adorkable, come dicono nei paesi di lingua inglese, un’adorabile ragazza della porta accanto goffa e impacciata che emana buoni sentimenti e vibrazioni positive. Ma fatemi il piacere: c’hai due tette da spagnola oceanica e fai tanto la sensibile? Dio, le auguro di avere come madre Joan Crawford, almeno.

Poi c’è Emma Watson, la giovane Hermione della saga di Harry Potter: mentre i suoi ex-colleghi ce la mettono tutta per costruirsi una carriera che li allontani dai fantasy nati dalla penna di J.K. Rowling, la Watson, che è oggettivamente la meno capace a recitare, passa da un piccolo ruolo in My Week With Marilyn al set con nientepopodimeno che Darren Aronofsky e Sofia Coppola, tra mille servizi fotografici dove ci racconta quanto sia importante l’istruzione per lei (io ricordavo l’avessero spedita fuori dalla Columbia con un calcio in culo, ma mi sbaglio sicuramente) e un tweet in cui lancia una campagna a favore delle donne, venendo addirittura invitata a parlare all’ONU, con un discorso che ne ha fatta una beniamina della rete (figurati), ma che era tutto fuorché scritto da lei.

Mi chiedo, sostanzialmente, cosa porti quest’ammasso di gente (‘fans’) ad amare incondizionatamente certi individui: è il body of work delle loro carriere? E’ l’ormone che vi rende incapaci di raziocinio? E’ l’affetto per una saga/serie/sagra del luppolo che li rende così speciali ai vostri occhi? Come nel caso di Emilia Clarke, la Daenerys di GoT: muso gonfio e monotono, ma si sa che alla fine sarà lei a salire sul Trono di Spade, quindi amiamola totalmente e senza indugi, anche se a confronto con altre interpreti della stessa serie (Michelle Fairley e Lena Headley in testa) ne esce con le ossa rotte. Discorso analogo per Kit Harington (quanto ti ci voleva ad andare al sindacato degli attori e aggiungerci una R a quel cognome, Cristo?). Perché è ora che ve lo mettiate in testa: un attore è come il vino e col tempo migliora – se sceglie progetti che ne acuiscono il talento, ovvio – e la strada da fare per certi divetti è tanta ancora. Sempre che il talento, seppur grezzo, ci sia. Non bastano i mille nudi gratuiti, una serie e un libro scritti come fossero tweet a rendere Lena Dunham la voce della sua generazione, figuriamoci la punta di diamante attoriale. Non bastano le copertine sui giornali e la fidanzata alla moda a Robert Pattinson per scagionarlo da quella prigione che è Edward Cullen.

Da adolescente, ricordo la mania per divi come Nicole Kidman, Tom Hanks e Denzel Washington, attori la cui filmografia era corposa, dai ruoli forti e dalle interpretazioni memorabili; pronto a comprare una qualsiasi rivista in cui fosse menzionato il loro nome e a saccheggiare le videoteche (ebbene sì, al tempo non avevo internet) con i titoli di cui erano protagonisti, anch’io ero affetto da manie, eh, non ne ero certo immune. Poi scoprii che la mia era una passione più vasta, quella per la settima arte, e iniziai a conoscere registi come Truffaut e Scorsese, attori come Marlon Brando e Katharine Hepburn (ma non solo), mentre cercavo di tenermi aggiornato sulle produzioni contemporanee per tenere il passo con gli interpreti che mi piacevano, scoprendone sempre di nuovi, meno conosciuti, eppure straordinari (uno fra tutti, Philip Seymour Hoffman). Non disdegnavo una buona star del cinema solo perché era troppo famosa per i miei canoni, come il sempre bravo Leonardo DiCaprio, ma posso affermare di aver amato il lavoro di attori meno noti, come Emily Watson, così poco glamour ma sempre in prima linea quando c’è da dare una performance vigorosa, intensa, anche se il film non è un capolavoro. Come si fa ad amare Chris Evans, muscoloso quanto inespressivo Capitan America, quando c’è Emily Watson, che spezza il cuore in una sola scena di Breaking The Waves? L’ormone è ormone, per carità: anch’io mi farei sbattere da Henry Cavill sui chiodi se potessi, ma cerco di mantenere una prospettiva decente quando c’è da fare un’analisi sulle capacità attoriali (o la mancanza di esse) del divo in questione. Perché è ‘attore’ che hanno scritto sulla carta d’identità alla voce ‘occupazione’, questi. E’ questo quello che fanno. E stracazzocane, è quello che voglio vedere: il lavoro dell’attore, lo capacità di immergersi in un ruolo e di sparirvi, di usare una l’arte e il talento come una maschera, perché con chi scopano o quanti follower hanno a me poco importa.
Sennò mi guardo un pornazzo.

Qua potrei aprire un altro discorso: che fine hanno fatto i Redford, i Beatty, le Fonda, gente impegnata e attori straordinari, che hanno fatto la storia del cinema, anzichè ritrovarcisi lì per caso per via di un paio di filmetti azzeccati? Dove sono le Charlize Theron e gli Albert Finney, pronti a scomparire, ad azzardare, a interpretare ruoli scomodi e lugubri, di investigare quei luoghi oscuri della psiche umana pur di sancire il proprio talento nel sacro fuoco della recitazione?

Ma alle nuove generazioni questo poco importa. Si mascherano dietro quel ‘A me piace’ che mi scatena una reazione tra l’omicida e il catartico, perché io capisco l’età e tutti i suoi limiti, ma un bagno di umiltà, la curiosità che nasce (anche) dall’incertezza dei propri gusti, la voglia di saperne di più su argomenti, temi, storie, mezzi diversi, uniti a un sano senso di oggettività non possono che far bene. Ricordo quello che diceva Bette Davis in Eva Contro Eva, attrice sopraffina in un caposaldo della cinematografia di tutti i tempi, quando diceva che questi ‘… cacciatori di autografi, non hanno altro da fare nella vita’ sono disprezzabili, non hanno conoscenze, né sane passioni, ma pur sempre dal dito spedito, questo sì, e più letale di un insulto per strada. Mi piacerebbe capire da cosa nasce tanta dedizione (la sfrontatezza la lascio agli opinionisti, che non c’hanno manco un vocabolario), ma una soluzione forse ce l’ho: abolizione del wi-fi libero.
Nel frattempo mi dedico a riguardare uno di quei film brutti e vecchi (immagino sia la recensione del fan-prototipo della Marvel) di Mike Nichols, Chi Ha Paura Di Virginia Woolf?; chissà che non mi venga in mente la risposta a tutte queste domande. In quel film, Richard Burton ed Elizabeth Taylor se ne dicono (e se ne fanno) di tutti i colori; ho bisogno di una scorpacciata di arsenico dopo essermi curato i denti col filo spinato.

E.V.
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