Io e Lei: la recensione di Wanderfuss

“Noi raccontiamo la vita quotidiana di questa coppia: la non eccezionalità della loro dimensione reale è la nostra chiave di lettura.”

Dice la Buy. La non eccezionalità della loro dimensione reale, esteticamente alto borghese, è la loro chiave di lettura. Ci sta, che si parli di non eccezionalità, ci sta che in quasi tutte le interviste per promuovere il film si sia voluto mettere l’accento sul fatto che sì, è una storia d’amore fra due donne ma è un amore come tutti gli altri. Però il fatto che ci sia ancora bisogno di ripeterlo continuamente rimanda indietro quella “non eccezionalità”, perché evidentemente c’è ancora qualcuno che ha bisogno di capirlo. È eccezionale invece quello che, tra le pieghe della sceneggiatura, posata e intelligente, il film porta a galla.

A prima vista è tutto un po’ normale, un po’ noioso: Federica (Margherita Buy) e Marina (Sabrina Ferilli) coppia da cinque anni, vivono la loro quotidianità con una fisicità condivisa ma non particolarmente avvertita (sia mai, nella pudica Italia mostrare qualcosa di più di un bacio omosessuale, a tal proposito leggetevi la recensione di Internazionale) e cercando di sorvolare su quelle differenze caratteriali che possono rimanere imbottigliate tra le mura domestiche o farsi libere quando la famosa goccia fa traboccare il vaso. Ed è quello che succede. Le insicurezze di Federica trovano la possibilità di manifestarsi quando Marina decide di ritornare a recitare, rischiando così di esporre e rendere pubblica la sua relazione con Federica, ancora molto restia nel parlare del suo rapporto con l’altra donna. Le insicurezze sfociano nel tradimento, quando un sosia di Carlo Cracco spunta sulla scena. Marina, ovviamente, viene a scoprirlo ed è da dieci e lode la comparsata che fa al tavolo dove i due fedifraghi stanno pranzando, che la burina incazzata fa sempre la sua figura, pantaloni di pelle compresi. Al che segue una lunga pausa tra le due, lunga quasi quanto il film stesso, pare, dove il sosia di Carlo Cracco sta lì a svolazzare sulla Buy come una delle scimmie volanti della Perfida Strega dell’Ovest. Ma sorvoliamo, come fa Federica alla fine, fino all’appartamento di Marina, regalandoci l’happy ending. Niente miele, niente diabete fortunatamente, ma uno di quei finali giusti e azzeccati, che non fa rimpiangere nulla (certo, un po’ di lingua ci sarebbe stata eh). D’altronde agli occhioni blu pieni di lacrime della Buy chi potrebbe dire di no?

Film garbato, ironico, elegante. Accompagnato da una sceneggiatura intelligente, né indulgente, né furba, che a mio avviso porta a galla, con finezza, delle tematiche che caratterizzano la vita degli omosessuali in una società come quella italiana.

Partiamo da quella battuta che già nel trailer mi aveva colpito: “Ti vergogni, ancora” che ben integra in sé quella parte di omosessuali che sono spinti da una società maschilista, pudica, perbenista, borghese, se non violenta in molti casi, asfissiata dal cattolicesimo a sentirsi in colpa e a vergognarsi. L’omosessualità c’è, ma non si dice. Si soffoca sotto ai tappeti e dentro le mura domestiche, per mantenere una facciata che non faccia paura agli eterosessuali ancora troppo tonti da capire che non c’è nulla da temere, che da quel che so, l’omosessualità non è contagiosa.

Continuiamo con Marina, che una volta scoperto il tradimento chiede “Perché con un uomo” ed ecco il mito della lesbica che si sente inferiore all’esemplare maschile. Ma di nuovo, non c’è niente che non va nelle lesbiche, la colpa giace in questa società fallocentrica dove l’uomo è visto come un rivale per la lesbica, mentre nella situazione opposta non sussiste rivalità, anzi, lo si dice anche nel film “due donne assieme sono eccitanti, no?”. Ed è tutto ad uso e consumo dell’uomo.

E infine vediamo rappresentata la confusione di una donna, Federica, che si scopre non lesbica, ma innamorata di un’altra donna. Quando alla domanda di Marina sul perché l’avesse tradita con un uomo, Federica risponde “Ma io non sono lesbica, non ho mai amato una donna prima di te”. Le etichette danno sicurezza, lo sappiamo. Classificare le specie e i derivati è una pratica che ci porta fino a Darwin. Ma siamo sicuri che siano indispensabili? C’è chi nasce gay, chi lo scopre in seguito, chi semplicemente non lo è, chi si innamora di una persona e non di un genere. Federica si è innamorata di Marina perché Marina, non perché donna. Più semplice di così. E ha tradito con un uomo non perché le mancava “qualcosa”, ma perché è semplicemente successo, perché le sue insicurezze, le sue paure, la sua vergogna nell’esporsi, l’hanno fatta virare verso ciò che è socialmente definito “normale” e “sicuro”.
Ma alla fine, ciò che per Federica era normale e sicuro era il suo rapporto con Marina. C’est simple.

In ogni caso, non pretendo di dire come stanno le cose o di far ingerire ad altri le mie opinioni. Ognuno vive l’omosessualità a modo suo, c’è chi la vive in un paesino di provincia, chi in una grande città, chi la vive in coppia, chi da solo, chi nascondendosi, chi manifestando nelle piazze, chi nella tranquillità dei cazzi propri.
Non posso assumermi il compito di voce della comunità e dire che questo film ha dato una giusta rappresentazione dell’omosessualità in Italia o della vita di una coppia omosessuale nella nostra società, perché ognuno dispone del proprio punto di vista e non sono mancate le critiche al film (più o meno azzeccate, fate voi).

Secondo me un piccolo passo è stato fatto, un piccolo passo che ho trovato rispettoso e aggraziato, senza particolari guizzi,certo, ma che rivedrei volentieri (a Margherita on screen non dico mai di no).
Per il resto, si sa, de gustibus non disputandum est.

 

Stefania.

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