The Danish Girl: la recensione di Wanderfuss

The Danish Girl parte benissimo, come la fonte da cui è tratto. Un incantevole ritratto nord-europeo, quasi un quadro impressionista – quei terreni tanto freddi quanto affascinanti, crepuscolari eppure così magnificenti, esattamente come la storia che il film ci racconta.
Tratto dal libro di David Ebershoff, al quale rimane tutto sommato fedele (lo lessi nel 2009 e lo adorai, e con l’uscita del film l’opera è tornata sul mercato, dopo anni fuori catalogo), The Danish Girl rimane, prima di tutto, il ritratto fittizio di Einar e Gerda Wegener, nella pellicola all’inizio del loro matrimonio, in un’esistenza segnata dal sodalizio professionale – lui è un disegnatore di paesaggi piuttosto affermato, mentre lei una ritrattista ancora acerba – e personale in cui condividono tutto: le feste fra i giovani artisti di Copenhagen, i reciproci esiti lavorativi; fino a spartirsi gli abiti. Eh sì, perché un giorno destino vuole che la modella che Gerda deve ritrarre sia impegnata, e l’imprevisto diventa l’escamotage per far posare l’esile ed efebico Einar al posto della modella.

 

 

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Ed è proprio quando Einar si infila quel paio di calze linde e delicate, quei soffici drappi di seta e la trama del vestito aderisce alla sua pelle che qualcosa, in lui, scatta: si sente sorprendentemente a suo agio, confortevole in un tessuto fino a quel momento estraneo, ma che trasmette ad Einar quella familiare sensazione di appartenenza, di consapevolezza, di normalità. Perché questo è Einar: una donna intrappolata nel gracile corpo di un uomo. Sposato, per di più. Ma quello che superficialmente non è altro che un equivoco diventa presto il punto di partenza di un viaggio alla scoperta di sé stesso che ha dell’incredibile, considerato che ci troviamo negli anni ’30.

 

 

 

 

Einar diventa così Lili, la cugina (nel romanzo è la sorella) di Einar, modella in posa per Gerda, che più di tutti flirterà con l’idea che Lili emerga, portandola agli eventi, vestendola, truccandola e trasformandola in musa personale, per capire solo più tardi che, per Einer, Lili è molto più di un gioco.
Ed è qui che il film di Tom Hooper (The King’s Speech, Les Misèrables) comincia a scricchiolare: se da una parte il lento sgretolarsi di Einar per far posto a ciò che Einar è in realtà, e cioè Lili, è toccante e girato con raffinata maestria, è dal punto di vista psicologico che il film scade nella prevedibilità, trasformandosi da ricercato esercizio di stile a macchietta priva di pathos e approfondimento: non indaga su quello che è il motivo scatenante (e non la scusa) che porta Einar a quello che sarà il primo intervento di riassegnazione sessuale nella storia (dibattito ancora aperto); non vi è un vero approccio al tumulto di emozioni che la vera Lili Elbe provò, cosa che invece viene trattata, con dolcezza e tatto, nel romanzo di Ebershoff: tutto rimane in superficie (una bellissima, levigata superficie), come se per compiacere platee più ampie la sceneggiatura di Lucinda Coxon decidesse di raccontare i fatti frettolosamente e in modo effimero, apparente, e il risultato finale si riduce ad un abbozzo meravigliosamente confezionato o poco più.

 

 

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Mentre seguiamo il cambiamento di Einar in Lili, assistiamo al moto d’amore e rassegnazione di Gerda, che sostiene il marito nella sua insindacabile mutazione: completamente tolti i riferimenti all’omosessualità di Gerda, velatamente dichiarate nel romanzo, forse una delle ragioni per cui appoggiò la trasformazione di Einar. Sono queste piccole cose a rendere The Danish Girl una fredda trasposizione di un romanzo che di freddo aveva solo il luogo di ambientazione (iniziale, perché poi la storia muta come il suo protagonista e si trasferisce a Parigi e in Germania); è quasi un paradosso come, per una pellicola così attenta al dettaglio (la messa in scena è effettivamente ineccepibile), la cura maniacale di Hooper abbia scordato quello che differenzia un buon film (questo, nonostante tutto) da un grande film (come Carol, ad esempio): l’anima.

 

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A poco serve la pur straordinaria interpretazione di Eddie Redmayne, vera forza motrice dell’intera opera, a restituire al film la sua piattezza emotiva, che nella sua fonte originale strabordava, mentre qui è rarefatta come l’ossigeno ad alta quota. Diffidate da chi sostiene che è l’interpretazione della Vikander a smuovere la pellicola dal tedio: è un’interpretazione canonica, che nulla aggiunge a quello che poteva essere un personaggio meraviglioso anche se, sulla carta, idealizzato (la vera Gerda non continuò a dipingere Einar nelle sue opere; col cazzo, si risposò e visse liberamente da lesbica fino alla fine del suo matrimonio). Sarà che Redmayne a noi convince e la Vikander no, e potremmo peccare di pregiudizio, ma nulla ci ha comunicato nemmeno in altre opere – decisamente più interessanti – come Ex Machina o The Man From U.N.C.L.E. (ebbene sì, il film di Ritchie ci ha divertito e intrattenuto). Assolutamente diversa da quella che era la Gerda del romanzo (alta, bionda e diafana), non abbiamo notato la caratterizzazione, l’immersione, ma solo una performance scolastica buona ma non eccelsa – sicuramente non da Oscar, premio che ha vinto domenica notte, come Miglior Attrice Non Protagonista (laddove è sicuramente Leading), decisamente inferiore al lavoro offerto da altre colleghe, nominate e sconfitte, come la sofferta Rooney Mara di Carol e la pazzesca, indomabile Jennifer Jason Leigh di The Hateful Eight. Forse ci sbagliamo, eh, e la Vikander confermerà che ci sbagliamo crescendo artisticamente e dando prove migliori in futuro che ci faranno ricredere: in tal caso, saremo lieti di ammettere di esserci sbagliati. O, forse, vi siete presi tutti un pazzesco abbaglio e il tran tran su questa attrice(tta) si squaglierà in men che non si dica. Un po’ come l’effetto che lascia The Danish Girl una volta che cala il sipario.

 

 
E.V.

 

 

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